la storia di sila
Ciao a tutti!
Mi chiamo Sila, o meglio, ho questo nome dal novembre 2019, quando sono stata ritrovata nella zona industriale di Brindisi. Molti dicono che assomiglio a uno Schnauzer, altri a un Terrier, e alcuni a uno Spinone. Ma io sono semplicemente Sila, orgogliosamente parte della razza "Zona Industriale".
La mia prima avventura
l’abbandono e l’adozione
Un tempo avevo un nome, una casa e, probabilmente, anche una mamma e un papà, ma non ricordo i loro volti. Non sono stati bravi con me e mi hanno abbandonata insieme alla mia sorellina. Lei era incinta e io avevo da poco avuto dei cuccioli, ma purtroppo non siamo riusciti a trovarli, nonostante le lunghe ricerche. Questo mi ha fatto soffrire molto.
Fortunatamente, sono stata trovata da una signora che mi ha accolto nella sua casa. Tuttavia, non poteva tenermi a lungo perché aveva già tanti altri cani. Così ha iniziato a condividere la mia foto su quella diavoleria che voi umani chiamate WhatsApp, accompagnandola con un messaggio che raccontava la mia storia.
Un giorno, è arrivata una giovane coppia. Mi hanno visitato un paio di volte e, dopo un po', mi hanno portata a casa con loro. All'inizio avevo molta paura! Non li conoscevo affatto, avrebbero potuto essere dei pazzi psicopatici! Li ho studiati per una settimana, rintanata nel mio angolino. Ma alla fine, si sono rivelati persone gentili. Hanno rispettato i miei tempi, hanno avuto pazienza con le mie paure, mi preparavano buoni pasti e mi riempivano di coccole.
Primo giorno a casa
Sono davvero brave persone, ma hanno un piccolo difetto: sono un po' pazzi! Quasi ogni settimana li vedevo preparare grossi zaini pieni di qualsiasi cosa. Poi mi mettevano la pettorina e mi dicevano: "Andiamo, Silotta, andiamo a vedere un bel posto!". Ho visitato luoghi magnifici: spiagge, montagne, boschi, torrenti, neve, cascate... Ma che senso ha avere una casa se poi non ci passano mai del tempo?
arriva il covid
Poi, a marzo 2020, tutto è cambiato. Li vedevo guardare preoccupati la televisione, dove dei signori parlavano di un virus molto pericoloso. Bisognava stare in casa e non si poteva uscire. All'inizio non capivo perché le nostre solite passeggiate di almeno un’ora al parco si fossero ridotte a cinque minuti sotto casa. Ma, pian piano, ho iniziato a capire che lo facevano per il nostro bene. Per mesi non siamo nemmeno andati a trovare il nonno!
Abbiamo passato tanto tempo a casa, guardando film e coccolandoci sul divano, tenendoci compagnia. Papà lavorava da casa e io stavo buona buona vicino a lui quando lo vedevo concentrato sullo schermo. Appena riusciva a fare una pausa, mi avvicinavo per dargli un bacino.
Lavorando in smart working
Mamma, invece, la vedevo uscire con una mascherina, e quando rientrava correva a lavarsi le mani prima di abbracciare me e papà. Sono stati tempi difficili per tutti noi, ma durante quei mesi i miei genitori hanno iniziato a fantasticare. Li vedevo la sera guardare lo schermo, ammirando immagini di strani mezzi a quattro ruote. Non erano come le normali auto, che a fatica sopporto perché mi fanno stare male di stomaco; all'interno avevano divani, letti e cucine.
Mamma e papà notavano il mio interesse e spesso, scherzando, mi dicevano: "Silotta, guarda la tua futura casa!"
si ritorna alla normalità
A maggio, finalmente, le cose sono migliorate. Un giorno ho visto i miei genitori preparare quegli zaini che erano rimasti a prendere polvere per settimane. Mi hanno messo la pettorina e siamo usciti! Non sapevo chi fosse più eccitato, se io o loro! Abbiamo fatto una lunga passeggiata per le campagne in mezzo ai papaveri, dove gli odori erano meravigliosi. Mi fermavo ad annusare ogni cosa e a rincorrere lucertole.
Alla fine della passeggiata, siamo arrivati in spiaggia. Che meraviglia mettere le zampe nella sabbia e correre libera dietro a un legnetto! Tanto era l'entusiasmo che ci siamo tuffati in un campo di grano, e tanti piccoli animaletti si sono attaccati al mio pelo. Che fastidio! Ci sono voluti giorni e tanta pazienza da parte di mamma e papà per toglierli tutti.
Prima uscita dopo il lockdown
Piano piano, le cose sono tornate alla normalità. Siamo andati a trovare il nonno, siamo usciti e abbiamo ripreso i nostri trekking. Una cosa però non era cambiata: il fantastico sogno di quei strani mezzi continuava. Li vedevo fare progetti, disegnare e cancellare.
il grande mostro bianco
Un giorno, come al solito, mi hanno messo la pettorina e mi hanno detto: "Andiamo, Silotta, a conoscere un nuovo amico." Un po’ curiosa e un po’ preoccupata, li ho seguiti e siamo arrivati in un posto che non avevo mai visto. Mamma e papà camminavano davanti quando, all'improvviso, è sbucato un enorme mostro bianco e scintillante.
Che cos'era quella cosa? Con circospezione, mi sono avvicinata e l'ho annusata... odorava di tante cose e di tante storie, ma non sembrava minaccioso. Salii sopra con mamma e papà e trovai un divanetto confortevole su cui fare un pisolino. Non era quello di casa, ma poteva andare.
Quando è arrivata la sera, ero convinta che saremmo tornati a casa. Invece, ci siamo fermati sul lungomare, e li ho visti iniziare a preparare la cena per tutti, dentro quel grande mostro. “Che cosa strana…” pensai, ma non mi preoccupai troppo: bastava che avessi la mia pappa e mi sentivo tranquilla. Tuttavia, quando li vidi prepararsi per dormire lì dentro, cominciai a essere nervosa. “Ma la nostra casa??”
Mamma e papà notarono il mio nervosismo e quella notte mi chiamarono a dormire con loro nel lettone. Non me lo feci ripetere due volte e passai tutta la notte abbracciata a loro. Questa nuova organizzazione mi stava quasi piacendo.
Sila alla guida di Roger
si parte
La mattina seguente, le routine si svolsero come sempre: pipì, passeggiata, colazione, papà al lavoro al PC e mamma che usciva per andare a lavorare. L’unica cosa diversa era che non eravamo a casa, ma su quel gigante bianco! Questa situazione andò avanti per due giorni, finché una sera vidi mamma rientrare e papà spegnere il PC, dicendo: “Finalmente ferie! Domani si parte!”
Si parte? pensai. Dove?
La mattina dopo, di buon mattino, imboccammo l’autostrada. Ero un po’ preoccupata, poiché la mia tolleranza all’andatura della macchina era molto bassa e spesso mi ero trovata a stare male. Ma l’andatura del gigante era diversa, lenta e morbida, e mi conciliò il sonno.
Quando mi svegliai, sentii papà esclamare: “1200 km!” Guardai fuori e riconobbi la casa dei miei altri nonni, i genitori della mamma. Sapevo che avrei rivisto i miei cuginetti, due matti giganteschi che amano rincorrersi, abbaiare e giocare nel grande giardino. Sospirai e mi arresi al fatto che avrei dovuto riportare un po’ di ordine tra quei due selvaggi.
Restammo lì qualche giorno e mi sono goduta le coccole del nonno e le buone pappe preparate dalla nonna. Poi abbiamo ripreso il cammino. Questa volta non facemmo molta strada: dopo un rapido pisolino mi svegliai e sentii il profumo di un ambiente che conoscevo molto bene e che mi piaceva un sacco: la montagna!
Sul Monte Bianco!
Qui sapevo che mi sarei divertita un sacco, a rincorrere le lucertole, ad annusare tutte le tracce lasciate dagli animaletti del bosco e a fare tante, tante camminate! Con il gigante bianco arrivavamo fino a dove le sue ruote lo consentivano, e poi noi proseguivamo con le nostre zampe. Al ritorno, però, lo trovavamo sempre lì, felice di riaccoglierci e scaldarci.
Con il tempo, io e il furgone cominciammo a fare amicizia. Quando ci lasciavano soli, avevamo l’opportunità di chiacchierare. Lui mi raccontò la sua storia: delle strade percorse, dei momenti difficili e della gioia di essere stato salvato. Rimasi colpita. Non avrei mai immaginato che anche un vecchio furgone avesse conosciuto la solitudine.
un nuovo arrivo
Le cose andarono avanti così per due anni. Io, mamma, papà e il nostro camper: i nostri piccoli viaggi e i nostri weekend. Finché un giorno li vidi tornare a casa con un piccolo fagottino avvolto in una copertina.
“Ma cos’è quella cosa?” pensai, perplessa. Mi avvicinai per annusarlo: puzzava di veterinario. Sotto quell’ammasso di coperta c’era una gattina, piccola, malaticcia e che piangeva come una disperata. Guardai mamma e papà perplessa… Sarebbe rimasta con noi? E chi se ne sarebbe occupato?
Uno scricciolo
La piccola si affezionò subito a me. Capivo il suo senso di smarrimento, e un po’ la lasciavo fare. A volte, però, chiedevo un attimo di pausa, perché occuparmi di quell’esserino era piuttosto stressante. Mamma e papà mi chiedevano di avere pazienza e mi rassicuravano dicendo che sarebbe stata una cosa temporanea e che presto le avrebbero trovato una casa. La cosa mi sollevava parecchio.
Tuttavia, con il passare delle settimane, mi abituai a quel piccolo esserino. Anche se mi si appendeva alla barba, chiedeva sempre attenzioni e a volte era esasperante, cominciavo già a dispiacermi all’idea che a breve se ne sarebbe andata.
La pazienza di Silotta
Poi, un giorno, mamma e papà mi dissero che avevano deciso: la piccola, che nel frattempo avevano chiamato Ginny, sarebbe rimasta con noi.
Mai lo avrei ammesso, ma alla fine mi ero affezionata a quel piccolo terremoto, ed ero contenta che avrebbe fatto parte della nostra strana famiglia anche lei!
Crescendo, Ginny raccontò a me e al nostro camper, Roger, la sua storia: l’abbandono della cucciolata malata di cui faceva parte, la paura del pozzo in cui era stata trovata, lo smarrimento di non poter vedere nulla e il sollievo di essere stata salvata.
UN ALTRO VIAGGIO
Tutti e tre avevamo trovato una famiglia che ci amava e ci accettava per quello che eravamo: io, un piccolo mostriciattolo nero che era stato abbandonato; Roger, un vecchio furgone riportato in vita; e Ginny, una piccola casinista recuperata in un pozzo. Siamo stati aggiustati e abbiamo ricevuto una nuova opportunità di vivere e amare.
Nel 2022 quei due matti si erano messi in testa di arrivare fino in capo al mondo. Ginny era con noi da poche settimane. A luglio Roger venne riempito all’inverosimile e partimmo per un viaggio lunghissimo. 42 giorni in giro per l’Europa con direzione nord. Non ci siamo fermati finchè non si poteva andare più avanti. Capo Nord lo chiamano, ed è stato lì che ho visto lei piangere quando lui le ha data un anellino piccolo piccolo. Io correvo all’impazzata, felicissima, perchè avevo capito che da quel momento saremmo stati tutti insieme per sempre.
La ciurma al completo al Circolo Polare Artico
LA NOSTRA VITA ON THE ROAD
Un anno dopo, in un giorno di metà settembre, mi hanno messo una nuova pettorina e un cuscinetto con due anelli sulla mia schiena. Sono passati in mezzo a tante persone e loro erano lì davanti a me ad aspettarmi. Poi abbiamo fatto una grande festa in cui abbiamo mangiato, e ballato tantissimo. E’ stato il giorno più bello della mia vita!
Damigella d’onore
Finiti i bagordi, siamo ripartiti, e da allora non ci siamo più fermati. Ogni giorno è un regalo: insieme percorriamo le strade, viviamo nuove avventure e condividiamo ogni chilometro con chi ha avuto il cuore di darci una seconda possibilità.
Oggi siamo in continuo movimento, Roger è diventata la nostra casa, e ogni giorno siamo in un posto nuovo. Abbiamo visitato luoghi caldi e freddi, spiagge e montagne, città trafficate e strade deserte.
Sento parlare mamma è papà dei tanti documenti che servono per poter viaggiare con me e Ginny, ne parliamo in questo articolo.
Sembra che i miei genitori stiano vivendo il loro sogno, e io non posso che essere felice di condividere questa esperienza insieme a loro. Ogni mattina li sveglio con una leccatina e poi si parte a piedi o su ruote per vivere sempre nuove avventure.
Voi continuate a seguirci, e se mi vedete per strada non dimenticatevi di farmi una carezza…
A presto!
Sila